domenica 15 giugno 2014

I giardini dei frutti dimenticati


Dal 1900 ad oggi il 75% della biodiversità delle piante coltivate nel mondo si è persa a causa dell’abbandono dell’agricoltura contadina a favore di quella industriale che ha selezionato solo le specie per colture intensive. L’inquinamento del suolo, la penuria di acqua,  la sterilità dei terreni e i mutamenti climatici stanno imponendo la ricerca di varietà nuove che sappiano adattarsi ad ambienti colturali diventati più difficili. Già oggi poche multinazionali hanno in mano l’80% dei semi che rivendono con ampi profitti ai coltivatori. L’alimentazione del 90% della popolazione mondiale dipende da poche specie di riso, grano e granturco.

Una crisi dovuta a carestia o ad una combinazione di malattie delle piante e saremmo tutti alla fame. È in atto una privatizzazione delle fonti della nostra esistenza, nonostante la Convezione di Rio del 1992 e le direttive della Ue. La Sardegna è una delle regioni d’Europa più ricche di varietà, ma  non siamo capaci di riconoscere e valorizzare la grande ricchezza che abbiamo sotto gli occhi e sotto i nostri piedi. Il non vedere le cose nostre, il nostro paesaggio, la nostra cultura e la nostra lingua è purtroppo una costante del nostro agire. In Sardegna non c’è nulla, siamo soliti dire. Un continuo disconoscimento di tutto quello che è Sardegna, che si traduce nella costante negazione di noi stessi e della nostra identità di sardi.
  
Quando lo sguardo straniero dà loro valore, restiamo sorpresi. Abbiamo bisogno di conferme e le accettiamo solo da chi viene dall’altra parte del mare. Per il suo essere istrangiu, l’ospite o il visitatore assumono caratteristiche superiori. Loro sanno, mentre noi no e dal loro giudizio dipendiamo. Possiamo continuare così? Certo che no. Altre regioni italiane con maggior consapevolezza di sé, hanno agito differentemente. Hanno promulgato leggi severe, le comunità locali sono state dichiarate le proprietarie della biodiversità che in questo modo diventa patrimonio collettivo indisponibile. Sono stati istituiti gli agricoltori custodi che possono scambiarsi legalmente semi e piante antiche. I giardini dei frutti dimenticati si diffondono nelle città in modo che si accresca la conoscenza di un patrimonio collettivo, vengano sensibilizzate le nuove generazioni. 

Salvare la biodiversità è investire sul nostro futuro, creare appartenenza e identità. Noi invece siamo luogo aperto a chiunque voglia impadronirsene e magari rivenderci i derivati a caro prezzo. (Tratto da L’ultimo furto dei nostri beni comuni di Nicolò Migheli)

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